Traduttrice editoriale SV>IT, DA>IT, EN>IT specializzata in letteratura infantile, YA e thriller

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Jessica Schiefauer

Jessica Schiefauer – © Ola Kjelbye

Jessica Schiefauer è nata nel 1978 e cresciuta a Kungälv, poco lontano da Göteborg. Ha frequentato corsi di scrittura alle università popolari Fridhem, Bona e Nordiska. Ha anche studiato svedese, inglese e scienze letterarie presso l’Università di Göteborg e ha una laurea pedagogica in lingue e scrittura creativa. Oltre a scrivere, Jessica tiene corsi di lingua e di scrittura creativa.

Il romanzo debutto “Om du var jag” (2009, “Se tu fossi me”, non edito in Italia) ha ricevuto una calorosa accoglienza.

Con il romanzo “Pojkarna” (2011, pubblicato in Italia nel 2016 da Feltrinelli con il titolo “Girls”, trad. Samanta K. Milton Knowles), vincitore del premio Augustpriset 2011, Jessica Schiefauer si è affermata come una delle scrittrici svedesi più interessanti in assoluto. Il romanzo è stato anche nominato al premio Nordiska Rådets Pris nel 2013, ha vinto il Grande Premio per gli Audiolibri Stora Ljudbokspriset e nel 2015 ne è stata fatta una trasposizione cinematografica con la regia di Alexandra-Therese Keining. Ne sono stati tratti anche numerosi spettacoli teatrali.

Anche il romanzo “När hundarna kommer” (2015, “Quando arrivano i cani”, di prossima pubblicazione in Italia) ha vinto il premio Augustpriset nel 2015, il Grande Premio per gli Audiolibri Stora Ljudbokspriset e il premio Spårhunden come miglior thriller per bambini e ragazzi.

Il suo primo romanzo per adulti, “Bärarna” (2020, “Le portatrici”, di prossima pubblicazione in Italia), è stato accolto molto bene dalla critica svedese.

Ho conosciuto Jessica Schiefauer telematicamente mentre stavo lavorando alla traduzione del suo romanzo YA “Pojkarna”, uscito in Italia per Feltrinelli con il titolo “Girls”. A luglio 2016, in vacanza a Göteborg con la mia famiglia ci siamo incontrate e abbiamo parlato per tre ore filate (se non di più). Lì, nel parco di Trädgårdsföreningen, è nata la nostra amicizia, che trascende la collaborazione professionale.

Göteborg 2016

Jessica Schiefauer è, senza dubbio, la mia scrittrice vivente preferita in assoluto. La sua capacità di descrivere l’animo umano e il suo modo di utilizzare la parola scritta per me non hanno eguali. Dire che mi sento onorata a tradurla è riduttivo.

Bellinzona 2019

E quest’anno avrò la fortuna di lavorare a ben due sue opere, entrambe in uscita nel 2022. Il cuore mi scoppia di gioia al solo pensiero.

Storie Controvento, Bellinzona 2019 – © Storie Controvento
Tempo di libri, Milano 2017 – © Chiara Pasqualini

“Una voce dal lago” di Jennifer Donnelly

Oggi vi parlo… no, oggi non vi parlo di “Una voce dal lago” di Jennifer Donnelly, edito in Italia da Mondadori nella traduzione di Egle Costantino. Oggi provo a ripescare nei meandri della memoria gli stralci di una lettura.

Ho una pessima memoria per quanto riguarda le trame dei libri che leggo, il mio cervello sovraccarico di letteratura tende a mantenere in qualche polveroso cassetto solo qualche traccia sbiadita di emozione. E ora, trovandomi nel bellissimo #carnegietour di @chiediloallorango questo titolo che avevo già letto e che mi era piaciuto proprio tanto, mi sono resa conto di non ricordare molto.

Ho incontrato per la prima volta “Una voce dal lago” a settembre 2018, nell’ambito dei bellissimi SEMInari che Alessandra Starace organizzava con maestria degna di una direttrice d’orchestra.

All’epoca non tenevo traccia dei libri letti e spulciando qua e là ho ritrovato solo una frase che avevo scritto, in una delle discussioni: “A sud c’è il sogno, l’emancipazione. La grande città, l’università, in contrapposizione con il freddo nord che tarpa le sue ali.”

Profondo nord degli Stati Uniti, 1906. Mattie ha sedici anni ed è la donna di casa: da quando la madre è morta aiuta il padre e si occupa delle sorelle. Mattie però ha una grande passione, che per i suoi tempi e la sua situazione sembra un sogno irrealizzabile: andare a New York a studiare per diventare scrittrice. La razionalità le direbbe invece di sposare Royal, il ragazzo della fattoria accanto.

L’altra storia è un giallo: una donna annega nel lago davanti all’albergo in cui Mattie sta lavorando per racimolare i soldi per studiare o per sposarsi, a seconda della strada che sceglierà di intraprendere. E Mattie sospetta che il fidanzato della donna possa essere coinvolto.

Per il resto i miei ricordi sono i seguenti…

Parole. Emancipazione. Scelte di vita. Treno. Lago. Mistero. Lettere. Sorelle.

La bellissima modella perfettamente calata nella parte della ragazza d’inizio Novecento è Virginia Mori Ubaldini di C’era una volta gioielli

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“Le cronache di Narnia – Il leone, la strega e l’armadio” di C.S. Lewis

Continua il nostro viaggio nel meraviglioso regno di Narnia…

Abbiamo concluso il secondo libro, “Il leone, la strega e l’armadio”, edito in Italia da Mondadori nella traduzione di Chiara Belliti. Questa è la Narnia che tutti conoscono, quella di Lucy, Edmund, Susan e Peter. Quella della strega bianca, che altri non è se non Jadis.
 
Leggendolo con i miei figli, io godo del loro trasporto e vedo le cose anche attraverso i loro occhi. Ciò premesso, a me Narnia piace tantissimo, pur con i suoi difetti. Ho trovato questo secondo libro, proprio come il primo, a tratti scarno e poco dettagliato: molte cose C.S. Lewis le nomina en passant, dandole poi per scontate. Trovo però che per l’età di riferimento vada bene così. I bambini spesso non hanno bisogno di grandi descrizioni e accettano le regole di un nuovo mondo senza farsi troppe domande. Quindi credo che per godere appieno della magia di Narnia si debba lasciarsi un po’ andare, senza guardare le cose attraverso il filtro dell’esperienza di questo mondo. È come leggere le fiabe: certe cose si accettano e basta, in cambio dell’incanto della storia.
 
Le ambientazioni sono magnifiche e alcuni personaggi sono davvero strepitosi, come il signor Tumnus e i signori Castoro. Dei quattro ragazzi quella che porto più nel cuore è Lucy, con la sua innocente freschezza. Il cammino di Edmund, se pur tortuoso, è plausibile e molto umano. Non tutti sono buoni sempre e comunque, e cadere in tentazione è facile.
 
Clive Staples Lewis, nord-irlandese nato a Belfast, rimase ateo fino ai trent’anni, quando si convertì al cristianesimo della chiesa anglicana. Questa parte di lui ha lasciato un’evidente impronta nei suoi libri, infatti quasi l’intero racconto può essere letto come metafora religiosa o comunque morale. Il grande pregio di Lewis è stato però di non cadere mai nel bieco moralismo: la storia è sempre al primo posto.

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Katitzi nella buca dei serpenti

Katitzi nella buca dei serpenti di Katarina Taikon, ill. Joanna Hellgren, Iperborea Casa Editrice, 2021

Katarina Taikon ha scritto 13 libri sulla piccola Katitzi e la sua famiglia rom. Sono storie piene di allegria, vivacità e inventiva che raccontano le ingiustizie, l’ignoranza e l’esclusione viste attraverso gli occhi di un bambino. 

Katitzi è una bambina vivace e curiosa, e per questo finisce spesso per cacciarsi nei guai. Ma stavolta rischia davvero grosso: è scivolata in una buca piena zeppa di serpenti! Per fortuna se la caverà solo con un grande spavento perché, come dice suo padre, Katitzi è «nata con la camicia». La brutta avventura basta però per convincere papà Taikon a smontare le tende e cercare un nuovo posto dove stabilirsi. La vita è difficile per le famiglie rom come quella di Katitzi: in Europa infuria la Seconda guerra mondiale, l’esercito nazista tedesco ha già invaso la Danimarca e potrebbe arrivare fino in Svezia per annientare anche qui gli ebrei e i rom. Katitzi e la sua numerosa famiglia, e tanti altri come loro, sono costretti a spostarsi continuamente, la gente li guarda con sospetto e lo stato non li tratta come gli altri cittadini svedesi: addirittura, i bambini non sono ammessi a scuola. Così, dopo un lungo viaggio in treno, la famiglia si sposta verso nord, e noi seguiremo Katitzi alla scoperta di nuovi posti e nuove conoscenze.

Katitzi nella buca dei serpenti è il terzo episodio della saga ispirata alla storia personale dell’autrice, che racconta piccole e grandi ingiustizie attraverso lo sguardo di una bambina simpaticissima e molto intraprendente.

Età di lettura: dai 6 anni

Non perderti i primi due libri della serie: Katitzi e Katitzi e il piccolo Swing

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Mostri nella notte

Mostri nella notte di Mats Strandberg e Sofia Falkenhem, DeA Planeta, 2021

Frank Steen è un ragazzo curioso: ama le avventure come quelle dei libri, ma ha pochissimi amici con cui viverle. Talmente pochi che alla sua festa di compleanno partecipano solo i genitori e Alice, la strana vicina di casa, col cane Uffe.

Come se non bastasse, Uffe gli morde pure un dito! È un morso piccolissimo, eppure cambierà la vita di Frank per sempre. Quella notte il ragazzo fa un sogno mozzafiato: pelo, zanne, corse, inseguimenti nel bosco. Al suo risveglio, nel letto, trova delle foglie secche. Com’è possibile? Il sogno si ripete, le foglie ritornano, e tutti, nella cittadina di Yrred, iniziano a parlare di un mostro della notte. Tutti tranne la strana Alice.

E se Frank fosse diventato… un uffe mannaro?

Mostri nella notte è il primo libro di una trilogia dedicata al piccolo Frank, quindi tenete gli occhi aperti!

Età di lettura: dagli 8 anni

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“Le cronache di Narnia – Il nipote del mago” di C.S. Lewis

Oggi vi parlo di una lettura che sto portando avanti ad alta voce con i miei figli, la sera, ma che condivido anche con il gruppo di lettura #incontriamocianarnia organizzato du Instagram da @bookshelf20 e @carlottaminghetti
 
Dopo aver concluso, come lettura condivisa, i sette libri di Harry Potter (intervallati anche da altri libri), io e i cuccioli abbiamo deciso di intraprendere il viaggio nel regno di Narnia. Avevamo visto i tre film usciti e io avevo letto alcuni dei libri molti anni fa, ma è stato comunque come vivere tutto per la prima volta.
 
“Il nipote del mago”, il primo libro della saga, edito in Italia da Mondadori nella traduzione di Chiara Belliti, è in realtà stato scritto da C.S. Lewis dopo i primi cinque libri di Narnia, come un prequel che porta alla scoperta della nascita del regno.

Photo cred: Virgina Mori Ubaldini

Alla lettura, infatti, è proprio così che appare. “Il nipote del mago” è un’introduzione, una storia della storia del mondo, un meraviglioso tuffo nel momento in cui tutto è iniziato. L’avventura di Polly e Digory, i due piccoli protagonisti, serve solo da corollario al cantico della creazione del regno di Narnia da parte di Aslan, vero nucleo del romanzo.

Qui scoprirete da dove viene la perfida strega Jadis, come ha fatto il lampione a finire a Narnia e perché gli animali di Narnia parlano. Scoprirete chi sono stati il primo re e la prima regina di Narnia e da dove viene l’armadio magico che più avanti Lucy, Edmund, Susan e Peter attraverseranno.
 
Allora? Siete pronti a partire? Unico requisito: tornare bambini e accettare la magia senza farsi troppe domande. Non ve ne pentirete.

Potete acquistare la saga qui

Photo cred: Virgina Mori Ubaldini

Qui sotto vedete alcune delle illustrazioni di Pauline Baynes contenute nel bellissimo volume in lingua originale che mi sono portata a casa come souvenir da Belfast, città natale di C.S. Lewis.

Digory nella Foresta di Mezzo
Jadis crea scompiglio a Londra
Aslan crea il Regno di Narnia
Digory e Polly in groppa a Fragolino

Quando sono stata super felice

Quando sono stata super felice di Rose Lagercrantz ed Eva Eriksson, Il Castoro, 2021

Torna Dani con le sue avventure, che hanno conquistato i piccoli lettori di tutto il mondo!

La scuola sta per finire e Dani è felice: ci sono tante cose belle in arrivo. La festa della scuola, per esempio. La nonna l’ha aiutata a scegliere un vestito bellissimo, e si è perfino fatta fare i buchi alle orecchie! Una brutta notizia però fa crollare tutto e, per la prima volta, Dani pensa di non farcela. Ma per fortuna ci sono i nonni e gli amici a sostenerla. E ancora una volta, la felicità è dietro l’angolo.

Non perderti i primi due libri di Dani: La mia vita felice e Il mio cuore ride e saltella

Età di lettura: dai 7 anni

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Trovi un’intervista alla scrittrice Rose Lagercrantz qui

Rose Lagercrantz – © Erik Sjöström

“Bambini di farina” di Anne Fine

Sempre un po’ in differita con la fine della lettura, vi espongo le mie impressioni su “Bambini di farina” di Anne Fine, prima tappa del meraviglioso #carnegietour creato da Mauro, alias @chiediloallorango

Anne Fine, per chi non la conoscesse, è una scrittrice inglese autrice di molti romanzi per bambini e ragazzi. Ha debuttato alla fine degli anni Ottanta e un suo titolo che forse riconoscerete è “Un padre a ore (mrs. Doubtfire)”, da cui è stato tratto il famoso film con Robin Williams.

“Bambini di farina”, tradotto per Salani editore da Massimo Birattari, narra di un esperimento scientifico da parte di un professore in una classe di “irrecuperabili”. I ragazzi (tutti maschi) ricevono un sacco di farina da tre chili ciascuno, a cui badare per tre settimane come se fosse un bambino. Se il “bambino di farina” perde peso perché si buca, prende peso perché si bagna, si sporca lo studente a cui era affidato prenderà un voto più basso. I ragazzi devono anche tenere un diario in cui raccontano ciò che fanno e che provano in relazione all’esperimento.

Subito ognuno degli studenti tira fuori le proprie doti: c’è chi mette su un “asilo nido per bambini di farina” facendosi pagare per badare ai bambini degli altri, c’è chi se ne frega del proprio e non fa nulla per prendersene cura.

E poi c’è Simon, il protagonista, che fin da subito si affeziona alla sua “bambina”, senza dubbio una femmina. Simon, che è cresciuto con la madre e la nonna, dopo che il padre se n’è andato. Ho trovato Simon molto dolce e riflessivo, come se avesse scelto la via più facile, quella dello svogliato, solo per non doversi mettere in gioco troppo. In realtà è capace anche di grande profondità.

Durante il gdl abbiamo discusso molto sulla questione delle classi divise per “capacità” e “livello”, cosa che credo sia ancora in voga negli Stati Uniti, ma probabilmente anche in Inghilterra. Il parallelismo con le differenze tra un liceo classico e il più “scadente” degli istituti professionali è d’obbligo. Il fatto che i professori stessi non ripongano alcuna speranza nella classe che hanno davanti, purtroppo, è ancora molto comune.

Nel complesso un ottimo romanzo che ha suscitato molteplici pensieri e riflessioni. Proprio come dovrebbero fare i libri.

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“La regina degli scacchi” di Walter Tevis

Beth… Oh, Beth, come farò senza di te?

Ho finito di leggere “La regina degli scacchi” con il gruppo di lettura già da un po’, anche se la discussione finale era ieri, e sono ancora in lutto. Abbandonare Beth mi ha lasciato un grande vuoto dentro.

Come molti ormai sapranno, visto il successo dell’omonima serie Netflix con protagonista Anya Taylor-Joy, “La regina degli scacchi” (tradotto in italiano da Angelica Cecchi, uscito prima per Minimum Fax, poi ripubblicato da Mondadori nella collana Oscar Absolute) racconta la storia di Elizabeth Harmon, una ragazza che a otto anni finisce in orfanotrofio dopo la morte della madre (il padre già non c’era più). Lì, alla Methuen Home For Girls, le uniche persone con cui lega sono la sfrontata Jolene e il custode William Shaibel, che le insegna a giocare a scacchi nel seminterrato cambiandole la vita per sempre. La piccola Beth, infatti, è un prodigio e presto gli scacchi le daranno enormi soddisfazioni. Dopo qualche anno Beth viene adottata dalla signora Wheatley e da suo marito (che però è un personaggio davvero inesistente, a tratti dannoso), una coppia di Lexington, Kentucky. Nella nuova città, Beth partecipa ai primi tornei di scacchi, in cui si conferma essere un genio. Da lì in poi il libro (e anche la serie Netflix, molto fedele al testo), segue le sue vicissitudini tra scacchi, dipendenze da alcol e da tranquillanti.

“La regina degli scacchi”, però, è molto di più. È la storia di una donna alla ricerca del suo posto in un mondo prettamente maschile. E, sebbene il mio trascorso sia molto diverso da quello di Beth, mi sono rivista nella sua lotta, nel suo essere diversa, nel suo fregarsene di ciò che pensano gli altri ma allo stesso tempo soffrirne, nel suo non voler rinunciare a se stessa e alla sua natura, nel suo tentare di riuscire a provare delle emozioni che nessuno le ha insegnato a capire. Le sue sofferenze nei rapporti interpersonali, di cui non comprende appieno il meccanismo, fanno più e più volte venir voglia di abbracciarla e sussurrarle all’orecchio “Ce la farai. Rimani te stessa. Non mollare.”, perché Beth è infinitamente vera, reale, umana.

Dopo averlo letto, davvero non riesco a capire come un capolavoro del genere possa essere caduto nel dimenticatoio per così tanti anni. Il romanzo, il cui titolo originale è “The Queen’s Gambit” (Il gambetto di donna, in riferimento a una famosa apertura di scacchi), è stato scritto da Walter Tevis nel 1983 ed è arrivato in Italia solo nel 2007 pubblicato da Minimum Fax, poi recuperato da Mondadori quest’anno. L’autore ha dichiarato di essersi ispirato alla storia del celebre scacchista Bobby Fischer, ma non temete, non è un libro solo per appassionati di scacchi. È infatti fruibilissimo anche da chi di scacchi non capisce un fico secco, perché la storia di Beth è davvero coinvolgente. Perfino chi non capisce neanche metà delle mosse descritte si finirà le unghie per la tensione durante le partite decisive e gioirà dei successi della protagonista, che arriva perfino a diventare grande maestro internazionale.

Un grazie infinito a Chiara Reali e a tutta la Oscar Vault per aver assecondato il mio entusiasmo, permettendo a me, Ilaria di @unastanzatuttaperse e Melissa di @melissaleggelibri di mettere su questo nostro gruppetto di lettura… Il secondo grazie (non certo in ordine di importanza) va infatti a Ilaria e Melissa per aver organizzato il #lareginadegliscacchigdl insieme a me! Vi voglio bene ragazze! E un grande grazie anche a tutte le ragazze del gruppo di lettura… siete tante, ma voi sapete chi siete. Grazie per averci accompagnato in questo viaggio!

E se ancora avete dubbi, non esitate! Leggetelo!

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La chiusura della partita finale contro Borgov. (spoiler: Beth giocava con i bianchi)

“Finale” di Stephanie Garber

Anche se è passato un po’ da quando ho finito di leggerlo, ecco finalmente le mie riflessioni su “Finale” di Stephanie Garber, tradotto in italiano da Maria Concetta Scotto di Santillo per Rizzoli.

Dopo l’ascesa del mio gradimento da “Caraval” a “Legend”, un po’ temevo che questo terzo capitolo mi deludesse, che la storia diventasse trita e ritrita, ma devo dire che Stephanie Garber se l’è cavata egregiamente.

Il punto di vista e il soggetto narrativo questa volta saltano da Rossella a Donatella. L’autrice, infatti, intervalla uno o più capitoli in cui seguiamo una sorella con quelli in cui seguiamo l’altra.

Le storie d’amore, che alla fine di “Legend” erano ancora confuse, prendono forma definita a mano a mano che la trama si dipana e l’intreccio dell’avventura si intrica per poi risolversi in maniera sensata.

Cercando di non fare troppi spoiler, per chi non avesse ancora letto i primi due capitoli, posso dire che siamo ancora a Valenda, ma come in un videogioco in cui vengono sbloccati nuovi luoghi la città si apre ancora di più al nostro sguardo. Infatti, con la liberazione dei fati, anche oggetti e luoghi fatidici sono nuovamente accessibili. Fanno dunque parte del gioco non solo il Principe di Cuori, ma anche la Stella Caduta, l’Assassino, la Regina Non-Morta, l’Avvelenatore e molti altri, e luoghi come il Serraglio, la Biblioteca Immortale e il Mercato Scomparso assumono un ruolo fondamentale. Senza la Chiave Illusoria o la Mappa di Tutto, poi, la storia non avrebbe senso. Scopriamo ancora di più sulla storia di Paloma, o Paradise, la madre delle due sorelle Dragna. E le implicazioni di queste scoperte determineranno il destino di tutto l’Impero di Mezzo.

Come per gli altri due volumi, ho trovato eccessivo il riferimento a vestiti, scarpe e fiori, ma questo non mi ha impedito di apprezzare moltissimo la storia e il world building. Un ottimo libro, nel suo genere. Il mio preferito della trilogia rimane “Legend”, ma “Finale” è un finale degno, se mi passate il gioco di parole.

E non dimenticate: è solo un gioco, ma tutti i giochi hanno una fine!

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