In questa pagina raggruppo i miei articoli comparsi su varie riviste.

Karlsson sul Tetto compie 70 anni

di Samanta K. Milton Knowles

[Articolo pubblicato sulla rivista Andersen online il 30 dicembre 2025]

Siamo giunti alla fine di questo 2025, anno di ricorrenze importanti. Ma prima di dare il benvenuto al 2026 vogliamo rendere omaggio a un altro personaggio di Astrid Lindgren che compie ben 70 anni quest’anno.

È “un uomo bello, superintelligente, grasso al punto giusto e nel fiore degli anni”. Sì, stiamo parlando proprio di Karlsson sul Tetto, l’omino volante con un’elica sulla schiena che vive in una casetta sul tetto di un palazzo di Stoccolma.

Potete leggere l’articolo completo qui.

Tempo di Mumin

Di guerre, catastrofi, piogge, famiglie riunite e case ritrovate
L’inizio del lungo viaggio dei piccoli Mumin di Tove Jansson

di Samanta K. Milton Knowles

[Articolo pubblicato su Andersen n. 428]

È dicembre, e l’ottantesimo anniversario del 1945 sta volgendo al termine. Dopo l’articolo dedicato a questo rivoluzionario anno e a Lennart Hellsing (n. 421) e lo speciale “Astrid, Pippi e altre bambine grintose” (n. 424) in cui abbiamo ampiamente esplorato le avventure della bambina più forte del mondo, concludiamo la nostra “trilogia ottuagenaria” con Il piccolo troll e la grande pioggia, uscito appunto nel 1945 ma pubblicato per la prima volta in Italia solo quest’anno.

“Fu forse in un tardo pomeriggio di fine agosto che il troll Mumin e la sua mamma giunsero nella parte più profonda della grande foresta.” È questo il primo incontro del mondo con il piccolo troll Mumin e il fantastico universo creato dalla scrittrice e pittrice svedese di Finlandia Tove Jansson.

Potete leggere l’articolo completo su Andersen n. 428, disponibile con abbonamento o sullo shop.

Da San Girolamo a Pippi Calzelunghe

O del perché la traduzione è così importante per le giovani menti

di Samanta K. Milton Knowles

[Articolo pubblicato sul blog di IBBY Italia il 30 settembre 2025]

È il 30 settembre. Per molti la giornata di oggi segna davvero la fine dell’estate: le giornate si accorciano, il freddo bussa alla porta e la natura si prepara all’autunno. Ma per noi traduttrici e traduttori il 30 settembre è anche qualcos’altro.

Dal 1991, anno in cui la FIT (Federazione Internazionale dei Traduttori) lanciò l’idea, il 30 settembre si celebra infatti la Giornata mondiale della traduzione. La data non è affatto casuale: il 30 settembre è il giorno di San Girolamo, traduttore della Bibbia in latino, considerato in tutto il mondo il santo patrono dei traduttori e degli interpreti.

Questa giornata andrebbe celebrata da parte di tutte e tutti coloro che si occupano di letteratura, anche e forse soprattutto per ragazzi. Perché come faremmo ad ampliare la nostra visione del mondo, e quella delle bambine e dei bambini che abbiamo intorno, se non avessimo a disposizione la letteratura tradotta? Immaginate un’infanzia senza Nel paese dei mostri selvaggiAlice nel Paese delle MeraviglieIl leone, la strega e l’armadioMatildeHarry Potter e la pietra filosofaleIl piccolo bruco MaisazioMumin. Magia d’invernoMomoMary Poppins o Il Gruffalò, giusto per citarne dieci tra i miei personali preferiti della classifica dei “100 migliori libri per bambini di tutti i tempi” della BBC Culture. Sarebbe senza dubbio un’infanzia davvero povera e, come diceva Astrid Lindgren, “Un’infanzia senza libri non sarebbe un’infanzia. Sarebbe come essere esclusi da quel paese incantato in cui si può andare a prendere la più rara delle felicità”.

Perché i lettori, grandi o piccoli che siano, possano esplorare nuovi universi, mondi lontani, fantasie sconosciute, servono dunque le traduttrici e i traduttori, che costruiscono ponti magici fatti di parole, suoni, significati. La stessa Astrid Lindgren ne ha sottolineato l’importanza, dichiarando che “i bambini hanno una prodigiosa capacità di immedesimazione, sanno vivere le cose e le situazioni più insolite, se ad aiutarli c’è un bravo traduttore, e […] la loro immaginazione dà il cambio al traduttore quando questi rimane senza fiato”.

Potete leggere l’articolo completo qui.

Katitzi va in città

Tradurre Katarina Taikon – Equilibrismo tra rispetto e forma

di Samanta K. Milton Knowles

[Articolo pubblicato su La Nota del Traduttore Newsletter #55 25 agosto 2025]

Il mio primo incontro letterario con Katarina Taikon e la sua Katitzi è avvenuto nell’ambito di un seminario di traduzione dallo svedese all’italiano tenuto da Laura Cangemi e finanziato dallo Swedish Literature Exchange e dal FILI. All’epoca ero una traduttrice in erba e Laura propose a me e agli altri partecipanti di fare una scheda di lettura del primo volume, Katitzi, da inviare alla casa editrice Iperborea, che lo stava valutando per la sua collana i Miniborei. Lessi il libro, me ne innamorai, scrissi la scheda di lettura e Iperborea decise di pubblicarlo, affidando la traduzione a me sotto la supervisione di Laura.

È stato uno degli avvii della mia carriera – insieme a Greta Grintosa di Astrid Lindgren, tradotto a più mani sempre per Iperborea nell’ambito del seminario, La casa senza specchi di Mårten Sandén, tradotto per Rizzoli con Laura Cangemi come mentore, e Girls di Jessica Schiefauer, uscito per Feltrinelli nella mia traduzione – e occupa dunque un posto speciale nel mio cuore di traduttrice. Durante la traduzione del primo volume, uscito nel 2018, con Laura ci siamo molto confrontate su come rendere il linguaggio semplice, quasi scarno, ma così potente dell’autrice.

Come molti altri rom della sua generazione, infatti, Katarina Taikon non aveva potuto frequentare la scuola da bambina e imparò a leggere e scrivere solo all’età di ventisei anni in una scuola per adulti. E poi riuscì a realizzare il proprio sogno di diventare scrittrice. Fu proprio quando imparò a leggere che si rese conto di quanti diritti fondamentali venissero negati ai rom, a differenza delle altre minoranze. Decise di dedicarsi anima e corpo all’attivismo…

Potete leggere l’articolo completo qui.

Più lentigginosa e bella che mai

Alla scoperta di Pippi Calzelunghe

di Samanta K. Milton Knowles

[L’articolo è stato pubblicato su Andersen n.424, monografico estivo a cura di Anselmo Roveda e Samanta K. Milton Knowles dedicato al personaggio più amato di Astrid Lindgren e a tante altre bambine grintose che popolano la letteratura per l’infanzia.]

C’era una volta, nel lontano 1941, una bambina di nome Karin. Aveva sette anni ed era costretta a letto, malata di polmonite. Com’è ovvio che sia, si annoiava tremendamente e dato che a quei tempi non c’era granché per intrattenersi chiedeva in continuazione a sua madre di leggerle o raccontarle storie. Passavano i giorni e la madre, che si chiamava Astrid, era sempre più stanca, tant’è che una sera esclamò: “Ma cos’altro ti devo raccontare?!”. Karin, senza battere ciglio, replicò: “Raccontami di Pippi Calzelunghe!”. Il nome se l’era inventato sul momento.

Nacque così la primissima versione, del tutto orale, della bambina più forte del mondo. E “dato che il nome era bizzarro, anche la bambina divenne bizzarra”, come ha spiegato la stessa Astrid Lindgren. Per tre anni Astrid continuò a raccontare le avventure di Pippi alla figlia, ma anche ai suoi cuginetti e amici, e visto quanto piaceva a tutti i bambini che aveva intorno pensò che forse potesse piacere anche ad altri.

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Capelli corvini, vestiti colorati e la luce negli occhi

Katarina «Katitzi» Taikon

di Samanta K. Milton Knowles

[Articolo comparso per la prima volta sul catalogo dei Miniborei 2025, Iperborea.]

Katarina – le origini

Quando sono venuta al mondo, trent’anni fa, mio padre e alcuni dei suoi fratelli avevano montato il loro campo in un boschetto. Era la fine di luglio, sotto il segno del Leone.

Katarina Taikon descrive così il giorno della propria nascita, il 29 luglio 1932. Il padre Johan faceva parte dei rom kalderash, emigrati dalla Russia intorno al 1900, che avevano dato vita ai primi clan di rom svedesi. La madre Agda Karlsson era invece una gağí, una non rom. I genitori si erano conosciuti nel 1924, quando Agda aveva ventun anni e Johan quarantasette, in un ristorante di Göteborg in cui lei faceva la cameriera e lui il violinista. Prima di Katarina ebbero tre figli: Paul, Rosa e Paulina, da tutti chiamata Lena.

L’anno dopo la nascita di Katarina, Agda morì di tubercolosi. Per fortuna la prima moglie di Johan, Masha, viveva ancora con la famiglia: Mamì, come la chiamavano i bambini, si prese cura di loro finché Johan non incontrò un’altra donna. Quando nacque la loro prima figlia comune, Johan e Siv affidarono Katarina, che a quel punto aveva cinque anni, ai coniugi Kreuter, circensi e proprietari di un luna park. Lì la bambina visse per due anni in una casa, con una stanza tutta per sé, bei vestiti e cibo a volontà. Ma nell’estate del 1939 i Kreuter la consegnarono all’orfanotrofio di Umeå. Il motivo? Avrebbero voluto adottarla ufficialmente, ma all’ennesimo rifiuto del padre si arrabbiarono e abbandonarono la bambina al suo destino.

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“Una pinza da zucchero con cui afferrare il mondo”

Come il 1945 ha rivoluzionato la letteratura dell’infanzia in Svezia e non solo

di Samanta K. Milton Knowles

[Articolo pubblicato su Andersen n. 421]

Anni Quaranta del Novecento. La Svezia era ufficialmente neutrale, ma la Germania, come scrisse Astrid Lindgren nei suoi Diari di guerra, sembrava “una creatura maligna che a intervalli regolari si precipita fuori dalla tana per gettarsi addosso a una nuova preda”. L’urgenza di gettare le basi di una nuova società improntata alla democrazia e all’equità sociale, in modo da evitare qualunque forma di corrente totalitaristica, era palpabile. C’era un solo modo per farlo: investire sui bambini. Il governo svedese improntò dunque una serie di riforme sociali atte a offrire a tutti i bambini, oltre alla cura e all’istruzione, uno stimolo culturale di qualità che non dipendesse dalla classe sociale o dalle risorse economiche delle famiglie. I bambini cominciarono a essere visti come parte della collettività, e la visione ereditata dalla pedagogista Ellen Key venne sviluppata a scuola ma anche mediante l’attenzione rivolta alla cultura e alla letteratura infantile.

Dopo il rinnovato dibattito intorno ai diritti dei bambini scaturito negli anni Trenta e la nascita di una pedagogia indirizzata verso un’educazione più libera e meno normativa, negli anni Quaranta ci fu un enorme cambiamento nell’offerta letteraria infantile. Gli editori istituirono redazioni specifiche e le pubblicazioni passarono da circa 200 a 400 all’anno. Di pari passo, si investiva in teatro gratuito, programmi radio e mostre d’arte per bambini.

In questo panorama, i libri erano lo strumento perfetto per fornire ai bambini parole, ma anche immagini e concetti. Il libro per l’infanzia era, secondo la definizione di Lennart Hellsing, un vero e proprio “baule dei giocattoli”. L’anno di nascita del moderno libro per l’infanzia, in Svezia, fu il 1945. Proprio in quell’anno, infatti, debuttarono tre degli scrittori più importanti nella storia della letteratura infantile svedese: Astrid Lindgren con Pippi Långstrump (Pippi Calzelunghe), Lennart Hellsing con Katten blåser i silverhorn (Il gatto soffia nel corno d’argento) e Tove Jansson – svedese di Finlandia – con il primo libro dedicato ai Mumin, Småtrollen och den stora översvämningen (Il piccolo troll e la grande pioggia).

Potete leggere l’articolo completo su Andersen n. 421, disponibile con abbonamento o sullo shop.

Se tradurre libri diventa condanna alla precarietà

«Strade», sindacato traduttori editoriali chiede un sostegno alle istituzioni

di Samanta K. Milton Knowles

Tradurre è sempre una sfida: ogni libro, ogni autore, ogni voce pone chi traduce nella condizione di doversi calare in qualcosa di diverso da se stesso, vestire i pensieri e le parole di qualcun altro. In virtù della responsabilità che la traduzione sempre comporta e del suo incommensurabile valore, ci si aspetterebbe che il ruolo del traduttore fosse riconosciuto, e non solo in ambito culturale. Bene, non è affatto così.
Nel nostro Paese, il reddito medio di un traduttore letterario raggiunge a fatica i 15 mila euro lordi l’anno, poco più di mille euro lordi al mese. Senza alcun tipo di previdenza sociale: non abbiamo nessun diritto di ammalarci né di invecchiare. E, con questi redditi, rimediare con polizze private è pressoché impossibile.

L’intero articolo, apparso sul Manifesto del 07/12/2019, lo trovate qui