Beth… Oh, Beth, come farò senza di te?

Ho finito di leggere “La regina degli scacchi” con il gruppo di lettura già da un po’, anche se la discussione finale era ieri, e sono ancora in lutto. Abbandonare Beth mi ha lasciato un grande vuoto dentro.

Come molti ormai sapranno, visto il successo dell’omonima serie Netflix con protagonista Anya Taylor-Joy, “La regina degli scacchi” (tradotto in italiano da Angelica Cecchi, uscito prima per Minimum Fax, poi ripubblicato da Mondadori nella collana Oscar Absolute) racconta la storia di Elizabeth Harmon, una ragazza che a otto anni finisce in orfanotrofio dopo la morte della madre (il padre già non c’era più). Lì, alla Methuen Home For Girls, le uniche persone con cui lega sono la sfrontata Jolene e il custode William Shaibel, che le insegna a giocare a scacchi nel seminterrato cambiandole la vita per sempre. La piccola Beth, infatti, è un prodigio e presto gli scacchi le daranno enormi soddisfazioni. Dopo qualche anno Beth viene adottata dalla signora Wheatley e da suo marito (che però è un personaggio davvero inesistente, a tratti dannoso), una coppia di Lexington, Kentucky. Nella nuova città, Beth partecipa ai primi tornei di scacchi, in cui si conferma essere un genio. Da lì in poi il libro (e anche la serie Netflix, molto fedele al testo), segue le sue vicissitudini tra scacchi, dipendenze da alcol e da tranquillanti.

“La regina degli scacchi”, però, è molto di più. È la storia di una donna alla ricerca del suo posto in un mondo prettamente maschile. E, sebbene il mio trascorso sia molto diverso da quello di Beth, mi sono rivista nella sua lotta, nel suo essere diversa, nel suo fregarsene di ciò che pensano gli altri ma allo stesso tempo soffrirne, nel suo non voler rinunciare a se stessa e alla sua natura, nel suo tentare di riuscire a provare delle emozioni che nessuno le ha insegnato a capire. Le sue sofferenze nei rapporti interpersonali, di cui non comprende appieno il meccanismo, fanno più e più volte venir voglia di abbracciarla e sussurrarle all’orecchio “Ce la farai. Rimani te stessa. Non mollare.”, perché Beth è infinitamente vera, reale, umana.

Dopo averlo letto, davvero non riesco a capire come un capolavoro del genere possa essere caduto nel dimenticatoio per così tanti anni. Il romanzo, il cui titolo originale è “The Queen’s Gambit” (Il gambetto di donna, in riferimento a una famosa apertura di scacchi), è stato scritto da Walter Tevis nel 1983 ed è arrivato in Italia solo nel 2007 pubblicato da Minimum Fax, poi recuperato da Mondadori quest’anno. L’autore ha dichiarato di essersi ispirato alla storia del celebre scacchista Bobby Fischer, ma non temete, non è un libro solo per appassionati di scacchi. È infatti fruibilissimo anche da chi di scacchi non capisce un fico secco, perché la storia di Beth è davvero coinvolgente. Perfino chi non capisce neanche metà delle mosse descritte si finirà le unghie per la tensione durante le partite decisive e gioirà dei successi della protagonista, che arriva perfino a diventare grande maestro internazionale.

Un grazie infinito a Chiara Reali e a tutta la Oscar Vault per aver assecondato il mio entusiasmo, permettendo a me, Ilaria di @unastanzatuttaperse e Melissa di @melissaleggelibri di mettere su questo nostro gruppetto di lettura… Il secondo grazie (non certo in ordine di importanza) va infatti a Ilaria e Melissa per aver organizzato il #lareginadegliscacchigdl insieme a me! Vi voglio bene ragazze! E un grande grazie anche a tutte le ragazze del gruppo di lettura… siete tante, ma voi sapete chi siete. Grazie per averci accompagnato in questo viaggio!

E se ancora avete dubbi, non esitate! Leggetelo!

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La chiusura della partita finale contro Borgov. (spoiler: Beth giocava con i bianchi)